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Arti Marziali Melzo

IL PRATICANTE DI ARTI MARZIALI

 

Le persone inclini alle arti marziali sono rare. Alcune di loro ne sono consapevoli, altre no. Vi sono precisi segnali attraverso i quali, per generazioni, gli allievi sono stati selezionati dai loro maestri. Ma il talento, da solo, non è sufficiente. Chi affronta un’arte marziale deve amarla, e dedicarvisi seriamente. In Cina, gli studenti che promettono di più vengono valutati dal proprio insegnante per circa tre anni. Se la motivazione o l’impegno si rivelano inferiori alle aspettative, il percorso didattico viene, inevitabilmente, interrotto.
Qualche volta, individui non naturalmente predisposti alle discipline da combattimento, possono rivelare, in esse, una sorprendente abilità. Ciò, avviene, in genere, grazie alla dedizione ed alla cura posti nella pratica.
La fretta o l’ansia d’apprendere sono tra i peggiori nemici d’uno studente di arti marziali. A questo proposito, riporto un significativo racconto Zen, che si riferisce ad un fatto realmente accaduto in Giappone.
Matajuro Yagyu era il figlio di un famoso spadaccino. Suo padre, convinto che l’attitudine del figlio fosse troppo scarsa per fargli raggiungere la maestria, lo disconobbe. Così Matajuro andò sul Monte Futara e là trovò il famoso spadaccino Banzo. Ma Banzo confermò il giudizio del padre. “Tu vuoi imparare a maneggiare la spada sotto la mia guida?” domandò Banzo. “Ti mancano i requisiti indispensabili!”
“Ma se lavoro sodo, quanti anni mi ci vorranno per diventare un maestro?” insistette il giovane. “Il resto della tua vita” rispose Banzo. “Non posso aspettare tanto” disse Matajuro. “Se accetti di darmi lezione, sono pronto a sottopormi a qualsiasi fatica. Se divento il tuo devotissimo servo, quanto tempo ci vorrà?” “Oh, dieci anni, forse” disse Banzo, addolcendosi. “Mio padre si sta facendo vecchio e presto dovrò prendermi cura di lui” continuò Matajuro. Se lavoro ancora più assiduamente, quanto tempo mi ci vorrà?”
“Oh, forse trent’anni” rispose Banzo.
“Ma come!” disse Matajuro “Prima hai detto dieci anni, e ora trenta! Accetterò qualunque privazione pur di imparare quest’arte nel tempo più breve!”
“Be’,” disse Banzo “allora dovrai restare con me settant’anni. Un uomo che ha tanta fretta di ottenere dei risultati raramente impara alla svelta”.
“E va bene” dichiarò il giovane, comprendendo infine che gli si stava rimproverando la sua impazienza “Accetto”.
Matajuro ebbe l’ordine di non parlare mai di scherma e di non toccare mai una spada. Cucinava per il suo maestro, lavava i piatti, gli rifaceva il letto, puliva il cortile, curava il giardino, tutto senza che si parlasse mai di scherma. Passarono tre anni. Matajuro continuava a lavorare. Pensando al proprio avvenire era triste. Non aveva ancora cominciato ad imparare l’arte alla quale aveva votato la propria vita. Ma un giorno Banzo scivolò alle sue spalle e gli diede un colpo terribile con una spada di legno. L’indomani, mentre Matajuro stava cucinando del riso, Banzo tutt’a un tratto gli saltò di nuovo addosso. Da allora, giorno e notte, Matajuro dovette difendersi dagli assalti inaspettati. Non c’era giorno, non c’era momento che non dovesse pensare al sapore della spada di Banzo. Imparò così in fretta che la faccia del suo maestro era raggiante di sorrisi. Matajuro divenne il più grande spadaccino del paese.” (Da “101 storie Zen), a cura di Nyogen Senzaki e Paul Reps, Adelphi Editore)

 

Se pensate che queste siano leggende d’un remoto passato in terre lontane, vi state sbagliando di grosso.
Era l’agosto del 2008. Io ed il mio maestro, Xu Zaixing, stavamo bevendo un po’ di tè sulla terrazza di casa sua, dopo un allenamento nel Kung Fu. Da buon cinese, il mio insegnante volle darmi un indiretto, quanto perentorio ammonimento. Compose, in breve, una poesia, se la fece tradurre in italiano e me la regalò. In essa, parlava d’un cavallo che, affannosamente, correva verso una meta senza mai raggiungerla, e, nello sforzo, finiva per morire. Parlava, inoltre, d’un giardiniere che, con tutto il suo cuore, voleva che i suoi fiori spuntassero; il giardino, tuttavia, restava vuoto… Il maestro mi chiese, poi, se, davvero, desideravo i suoi insegnamenti. Bevvi il mio tè, e gli porsi la tazza vuota. Il mio gesto aveva un preciso significato: avevo assimilato le nozioni dei precedenti maestri, e mi dichiaravo pronto ad assimilare quelle nuovei senza riserve né pregiudizi. Seguirono cinque anni di difficile apprendimento, e di reciproca conoscenza. Cinque anni. Mi ci vollero ben cinque anni, prima di sentire, per la prima volta, il Maestro esclamare, soddisfatto: “Eh! Tui le!” (“Eh! Così è giusto!”)
La conoscenza delle arti marziali implica, necessariamente, cognizioni culturali. “Kung Fu”, o meglio, “Gong Fu”, si scrive con due ideogrammi. Il primo rappresenta il tempo dedicato ad un lavoro, il secondo un dottore, una persona sapiente. Il significato è chiaro: si raggiunge la competenza esercitando, a lungo, un’attività, ma è anche vero che, coltivando una qualsiasi pratica, si deve mirare a comprenderne i principi, traendone degl’insegnamenti utili alle più disparate circostanze.