Dal Taekwondo sportivo al Taekwondo marziale

Dal Taekwondo sportivo al Taekwondo marziale

di Federico Bianchini – allievo

 

Dopo quasi vent’anni di pallacanestro all’alba dei 32 anni decisi di iscrivermi ad una associazione sportiva di taekwondo. Come tanti sono sempre stato affascinato dalle arti marziali, sia attraverso il cinema con i vari Bruce Lee, Van Damme, Seagal, Jet Li, sia assistendo in tv a tornei di UFC, MMA, Thai Boxe o guardando su youtube gli incontri del mitico Ramon Dekkers.

La scelta sul taekwondo cadde sia per motivi logistici, la palestra distava a pochi chilometri da casa, sia perché essendo molto alto ho pensato che una disciplina marziale che si fonda principalmente su attacchi di gambe potesse quantomeno avvantaggiarmi.

Feci così la conoscenza del maestro Savino Sellitri, che mi accolse paternamente nella sua palestra, e del maestro Gabriele Galise che dirigeva materialmente l’allenamento.

Ho frequentato il corso di taekwondo per due anni, imparando i principi base di questo sport come le tecniche di calcio e le prime poomse, un periodo breve ma funestato dalla morte del maestro Savino che, sebbene abbia avuto poco tempo per conoscerlo, è riuscito a trasmettermi la passione e l’entusiasmo per il taekwondo.

Seguendo il M° Gabriele Galise, all’inizio del mio terzo anno di arti marziali, in quello che era solo un progetto, e non del tutto ben definito, di Taekwondo, passai all’associazione Jian Long Ba GuaZhang del M° Rubino assieme ad altri due compagni del precedente corso di taekwondo.

Sin da subito notai una notevole differenza tra le due associazioni, certo non per l’organizzazione o l’impegno, ma proprio per un differente approccio alle arti marziali: il corso di taekwondo si svolgeva all’interno della palestra di una scuola comunale, era suddiviso in un corso per “piccoli” (fino a 12 anni) e uno per “grandi” (da 13 in su) il che mi metteva ogni tanto in difficoltà (pensate ad un trentenne di 2 metri che deve allenarsi con un/a ragazzino/a di 13 anni e 40kg…), ed era caratterizzato da un orientamento prettamente sportivo finalizzato a preparare gli allievi alle competizioni della FITA (Fed. It. TAekwondo), sia combattimento che forme. Mentre mi allenavo ed imparavo un poco alla volta mi rendevo conto che mancava qualcosa, non da parte dell’insegnamento tecnico, ma proprio da una direzione poco marziale della disciplina.

Ho sempre pensato (da film, libri, fumetti, articoli vari) che la palestra di arti marziali fosse ben più di un luogo dove si insegna a combattere, che fosse anche un luogo di riflessione, di insegnamento di vita, di disciplina marziale e mentale.

Anche un semplice film come Karate Kid, per quel poco che mostra, trasmette l’idea del maestro anziano che insegna al giovane allievo non solo a difendersi ma anche a percepire chi gli sta attorno e ad affrontare le insidie della vita (oltre a dare e togliere la cera, ovviamente).

Ecco, questa idea della palestra, che non a caso assume il nome di dojo o do jang (il luogo che all’interno del tempio buddista è utilizzato per insegnare la pratica religiosa e la meditazione ), l’ho percepita subito entrando nella palestra del Jian Long Ba Gua Zhang, dove al Kung Fu Ba Gua Zhang si affiancano corsi di Taichi, lotta italiana, armeggio, San Da, Parkour e, infine, Taekido.

Sin dalla fase sperimentale del taekwondo marziale del primo anno ho notato una profonda differenza con il corso precedente, proprio per l’applicazione decisamente marziale della tecnica del taekwondo a cui poi è stata aggiunta, un po’ alla volta, l’energia interna del kung fu e altre tecniche di braccia e gambe, illustrate nel manuale del Gen.Choi, che il taekwondo sportivo non insegna.

I principi del taekwondo  ho iniziato a ritrovarli qui, non solo nel corso di Taekwondo ma anche assistendo agli insegnamenti del Ba Gua Zhang, o agli open day organizzati con i maestri delle varie discipline presenti nell’associazione.

A partire anche da un semplice concetto di disciplina e comportamento, non certo rigido come avviene nella gran parte delle palestre asiatiche, ma comunque di rispetto verso i maestri, i compagni e l’arte insegnata, che nel corso di taekwondo sportivo era piuttosto manchevole per vari motivi (in primis la malattia del M° Savino), non ultimo quello di privilegiare gli allievi più capaci che potevano permettersi di avere un comportamento non proprio corretto senza subire alcuna conseguenza disciplinare (intese come esercizi fisici). Questo è un atteggiamento che si ritrova spesso nelle società sportive di calcio, pallacanestro o altri sport di squadra, dove i migliori, salvo rari casi, vengono trattati con i guanti per timore di perderli, cosa che potrebbe indebolire la società in gare o competizioni, col risultato che l’insegnamento e la disciplina, soprattutto per più giovani, passa in secondo piano rispetto ai risultati della società.

 

Lo scopo di un’arte marziale dovrebbe essere quello di insegnare ad affrontare una situazione di pericolo, a partire dalle gestione delle emozioni fino alla difesa personale tramite la tecnica imparata.

Questo non è un lavoro semplice che si può imparare solo preparandosi a delle competizioni sportive dove si combatte con protezioni su tutto il corpo e dove un rigido regolamento impedisce, ad esempio, di portare determinati attacchi o parate (presenti nel manuale tecnico del Gen.Choi).

Come si può insegnare a qualcuno a combattere dicendogli però che certi colpi non si possono fare, che certe parate si fanno solo nelle forme ma non in combattimento, o che basta solo sfiorare il caschetto dell’avversario per ottenere ben 3 punti in gara (provate a spettinare un aggressore con un calcio e lui prima riderà di voi e poi vi farà del male)?

 

La mia non è una critica al taekwondo sportivo, le cui basi mi sono state fondamentali per affrontare il corso di Taekwondo Marziale, bensì una descrizione della profonda differenza che intercorre da una disciplina sportiva e una prettamente marziale, sta poi agli allievi scegliere se preferiscono imparare uno sport di combattimento o imparare a difendersi e a gestire una situazione di pericolo per sé o per chi gli sta vicino.

 

Viviamo in una società dove l’apparire sembra sempre più contare di qualsiasi cosa, ecco quindi che iscriversi ad un corso di arti marziali e diventare nel giro di pochi anni (spesso quattro sono sufficienti) una cintura nera è finalizzato a conquistare unicamente un trofeo da esibire. In molti ottenuta la cintura nera lasciano poi il corso, come aver raggiunto un ambito diploma che conferisce un qualche status sociale, ma come tutte le cose se la tecnica non viene allenata quotidianamente (come chi prosegue) rimane solo oggetto di vanto e nulla più.

 

Il taekwondo marziale, così come il kung fu, non usa protezioni, non ha cinture e lascia lividi, non è un gioco e deve essere preso seriamente, proprio perché prepara ad una situazione che potrebbe potenzialmente mettere in pericolo la nostra vita (o di chi vogliamo bene) e che soprattutto non ha arbitri che interrompono il combattimento, non permette protezioni, non vieta colpi e non stabilisce chi vince tramite punteggi.

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