Armi Cinesi

Armi Cinesi

Corso di addestramento

 

sciabolaCinese (DAO)
Sciabola Cinese (DAO)

SCIABOLA CINESE (DAO)

Il Dao o Sciabola cinese, insieme al bastone (Gun), la lancia (Qiang) e la spada dritta (Jian), è una delle 4 armi principali del Kung Fu.
Le prime testimonianze dell’uso di una forma rudimentale di sciabola risalgono all’età del bronzo cinese, sotto la dinastia Shang (1600-1046 a.C.). Si ritiene, tuttavia, che il Dao moderno sia un discendente diretto della scimitarra impiegata dalla cavalleria mongola durante l’invasione della Cina nel XIII secolo.
Micidiale nel combattimento ravvicinato, il Dao prese presto il posto del Jian come arma standard dell’esercito. Infatti, rispetto alla spada dritta, la sciabola veniva realizzata con materiali poveri e non richiedeva un addestramento avanzato.

La sua efficacia in battaglia stimolò la realizzazione di lame alternative come:

il Dadao: una sciabola lunga 90cm che poco si adattava al combattimento a causa del suo peso eccessivo;
il Zhanma Dao: chiamata “scimitarra falcia-cavallo” è una sciabola a lama lunga con l’impugnatura a due mani utilizzata per contrastare la terribile cavalleria mongola.
il Miao Dao: realizzata al tempo della dinastia Ming, è una sciabola con l’impugnatura a doppia mano simile alla katana giapponese;
il Nan Dao: chiamata “sciabola a una mano e mezza”, quest’arma è simile ad un falcione o machete.

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spadaCinese (Jian)

SPADA CINESE (JIAN)

La spada, in cinese, si chiama “Jian“. La sua forma è analoga a quella delle consimili armi occidentali. Presenta, infatti, una lama lunga e, generalmente, sottile, fornita di due tagli affilati e d’una punta acuminata. L’impugnatura si compone dell’elsa, del manico e del pomo. L’elsa, in metallo, è spesso elaborata, con intagli eleganti, castoni e decorazioni a rilievo. Non di rado è impreziosita da splendide dorature. In genere, si compone d’un massiccio guardamano dal quale si dipartono due baffi laterali. Questi ultimi volgono in direzione della punta nelle spade tipiche della Cina settentrionale, mentre si ripiegano verso il manico nelle armi delle regioni meridionali. Il manico, in legno, ha una forma tubolare, più spessa al centro e più affusolata alle estremità. La sua sezione può essere ovalare od esagonale, ma sempre appiattita ai lati. Il pomo si presenta, in genere, con una forma trilobata, anche se, spesso, può essere scolpito in modo fantasioso. Normalmente, si tratta d’un manufatto metallico, per lo più riccamente decorato. Il suo peso bilancia quello della lama, e rende agevole l’uso dell’arma. Elsa, manico e pomo sono forati, così da potervi far passare il codolo della spada, che viene, quindi fissato alla sua estremità per mezzo d’un dado o d’un ribattino. La forma della Jian s’è evoluta nel corso dei secoli, fino a stabilizzarsi sotto l’impero della dinastia Ming (1368-1644). Le spade cinesi possono essere classificate in militari e civili. Le prime, dette “wu jian“, si caratterizzavano per la lama spessa, pesante ed acuminata, che, qualche volta, presentava uno sguscio longitudinale. Si trattava, essenzialmente, d’un’arma da battaglia, per lo più destinata agli ufficiali. Il fodero era, frequentemente, in metallo, ed, in caso di necessità, poteva fungere da mazza. Le spade da guerra si portavano, in genere, alla cintura. Durante le marce o quando non si prevedeva di doverle utilizzare, potevano essere sospese sul dorso.
Le spade civili, o “Wen Jian“, erano armi da duello. Il loro possesso veniva riservato ai letterati, ed, in particolare, a quelli che servivano l’impero come funzionari. Spesso rappresentavano solo un segno esteriore del rango acquisito, e non avevano altra funzione che quella simbolica. Per tale ragione, la loro punta si presentava smussata, e d erano tanto sovraccariche di decorazioni da risultare impossibili da maneggiare. Altre spade “civili”, però, erano concepite specificamente per il combattimento. Sottili, leggere e resistenti, si rivelavano perfette per il duello, ed estremamente letali. Possedevano una punta molto acuta, e la lama si presentava suddivisa in tre gradi: il forte, prossimo all’elsa, più spesso e smussato, il medio, centrale, ben affilato, ed il debole, o “lama volante”, vicino alla punta, più elastico e tagliente. Il fodero era realizzato in legno, spesso proveniente da piante con un valore simbolico, ed era fornito d’una borchia metallica all’imboccatura e d’un puntale, anch’esso metallico, all’estremità. Una staffa fissata al terzo superiore permetteva di sospendere, con dei cordoni, il manufatto alla cintura.
Una terza categoria di “Wen Jian” era destinata alle danze, e, naturalmente, non aveva caratteristiche adatte al combattimento, benchè dovesse permettere una certa facilità di maneggio. Infine, esiste una quarta versione delle “spade civili”, quella che assolve alla funzione di proteggere gl’individui, le famiglie e le abitazioni dagli spiriti maligni. Si tratta, in genere, di armi molto grandi, che vengono appese alle pareti delle case in prossimità delle porte. Quest’usanza è molto diffusa, ancora oggi, presso i cinesi di qualsiasi estrazione sociale, che temono l’intrusione d’entità impure negli ambienti in cui soggiornano, soprattutto se con loro vivono bambini piccoli. Si tratta d’un’abitudine così radicata che anch’io e mia moglie, pur non essendo superstiziosi, seguiamo da tempo. La spada, per i Cinesi, ha sempre avuto un significato mistico. Il permesso di portarla veniva concesso dai sovrani ai funzionari per simboleggiare il potere d’esercitare la giustizia e di far rispettare le leggi. Ciò implicava, naturalmente, l’equità, l’intelligenza e l’umanità del dignitario. Anche alcune divinità del Buddhismo e del Taoismo vengono raffigurate con una spada. E’ il caso dell’immortale Lu Dongbin, la cui arma fatata può sguainarsi da sola per scacciare i demoni, o dell’Imperatore Nero, Xuandi, che, con la sua lama, protegge il mondo dalla Stella Polare. Forse fu per il suo valore simbolico che la Jian venne considerata un’arma diversa da tutte le altre, e gli schermidori che se ne coltivavano l’uso persone di riguardo. Nella cultura cinese le armi sono, da sempre, aborrite, e chi le maneggia deplorato. Ma i maestri di spada, in genere, venivano ritenuti, come gli antichi funzionari dell’Impero, individui saggi e giusti. D’altra parte, la scherma con la Jian è un’arte difficile, forse tra le più ardue delle discipline marziali cinesi. La dedizione che occorre per padroneggiarla implica, effettivamente, doti soggettive non comuni.

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Guan Dao

IL GUAN DAO

Nelle arti marziali cinesi, è comune la pratica con diverse armi antiche. Le ragioni sono diverse: tutela delle tradizioni, acquisizione o sviluppo di qualità fisiche, affinamento della mentalità strategica ed altre ancora. Qualche volta, ci si sente attratti da un certo attrezzo da combattimento per il semplice desiderio di padroneggiarne l’uso. Nella scuola che dirigo, molti studenti si sono appassionati al maneggio del Guan Dao, un’arma grande e pesante la cui forma ricorda i falcioni e le alabarde in uso nel Medio Evo europeo.

Le origini
“Guan Dao” significa “La sciabola di Guan”, con riferimento ad un celeberrimo eroe del III° secolo dopo Cristo. A quei tempi, caduta la dinastia Han, la Cina s’era divisa in tre regni: Wei, dominato da Cao Pi, Shu Han, governato da Liu Bei, e Wu, retto da Sun Quan.
Il territorio di Shu Han era il più ricco, grazie all’industria della seta, ma la sua popolazione era scarsa. Ben presto, subì l’attacco del Wei, più povero, ma più densamente abitato e ben fornito di risorse militari. L’aggressione coinvolse anche lo stato di Wu, che possedeva beni ambiti da Cao Pi e che non era in grado di difendersi con efficacia. Nel 263, il Wei riuscì a conquistare il regno di Shu Han e ad annetterselo. Due anni dopo, salì al trono l’usurpatore Sima Yan, che, più tardi, fondò la dinastia Jin. Lo stato di Wu venne sconfitto nel 280, e divenne, quindi, parte dell’impero Jin.
I conflitti che, in questo periodo, travagliarono la Cina costituirono il tema di svariate opere letterarie. Tra queste spicca un racconto dell’epoca Ming (1368-1644), il “Romanzo dei Tre Regni”, di Luo Guanzhong. Composto nel XVI° secolo, questo libro è un’epica rivisitazione di vicende storiche, ch’esalta le doti cavalleresche dei suoi protagonisti. Tra questi, vi sono Liu Bei ed i suoi fidati comandanti militari: lo scaltro Zhuge Liang, il possente Zhang Fei, il coraggioso Zhao Yun ed il leale GuanYu.
Proprio a quest’ultimo il “Romanzo dei Tre Regni” attribuisce la creazione del Guan Dao. Guan Yu partecipò alla guerra tra Shu Han e Wei, segnalandosi per il suo valore. La leggenda ne fece un duca, tanto fedele al re Liu Bei da stringere con lui un rapporto di fratellanza presso un giardino di peschi. Per tale ragioni, Guan Yu oGuan gong, il “Duca Guan”, come spesso viene chiamato, è ritenuto patrono delle associazioni e delle arti marziali. In Cina è tra le figure più popolari, e la sua immagine si trova ovunque. La si riconosce per il corpo massiccio, rivestito da un’armatura scintillante e da un lungo mantello. In testa porta, generalmente, un copricapo militare di stoffa, ed il suo atteggiamento è marziale e minaccioso. Guan Yu è raffigurato con una lunga barba nera, che incornicia un volto rosso per l’ira, sul quale spiccano due occhi dallo sguardo furente. La popolarità della sua figura mi fu ben chiara nell’agosto del 2010, quando visitai Pechino con mia moglie. L’immagine di Guan Yu si trovava esposta ovunque: nei ristoranti di lusso come nei più modesti negozi. Le statuette dell’eroe si trovano facilmente, in migliaia di versioni e dimensioni, presso tutti gli empori. A Pechino mi capitò anche un fatto curioso. Un giorno, andai a visitare con mia moglie la residenza dell’imperatrice Ci Xi. L’ambiente era immenso, la folla numerosa ed il tempo caldo. Ma il luogo era incantevole, con costruzioni eleganti, giardini deliziosi e finissime decorazioni. Fotografavo estasiato tutte quelle meraviglie, che vedevo di persona per la prima volta, dopo averne letto le descrizioni in Italia. Stanca per la lunga passeggiata e per la calura, mia moglie s’era, infine, seduta all’ombra d’uno splendido padiglione. Mentre indugiavo con lei, volsi distrattamente lo sguardo verso l’alto. Con mia sorpresa vidi l’immagine dipinta di Guan Yu a cavallo. Lo ritenni un buon segno. I Cinesi pensano che il loro eroe porti bene. Compiaciuto, scattai una foto al ritratto, e, tornato in Italia, la feci stampare ingigantita. Ora campeggia nella mia palestra, sistemata bene in alto su d’una parete. Mi auguro che vegli sull’Associazione, permettendole di operare con serenità.
Si narra che ad inventare il Guan Dao sia stato lo stesso Guan Yu. Una notte, osservando il cielo, avrebbe notato una nuvola che, coprendo parzialmente la luna, evocava la figura d’un drago sdraiato. Ispirato da quella visione, fece realizzare una larga lama falcata, sul cui dorso v’erano spuntoni simili ad una cresta. Un lungo uncino completava la seghettatura, imitando le corna d’un immaginario drago. La lama venne, quindi, fissata ad un’asta spessa e resistente, che terminava con un massiccio puntale. Nel punto di connessione tra le due parti, Guan Yu fece porre un guardamano simile a quello delle sciabole, detto “coppa del sangue” per la sua forma concava. La base della lama venne, infine, rinforzata con una placca metallica, forgiata come la testa d’un drago. Nell’uncino fu aperto un foro, per farvi passare il cordone d’una nappa rossa. L’arma era pronta. Con essa, si racconta, il generale affrontò moltissimi duelli e battaglie, creandosi una fama d’invincibilità. La stessa nomea che, più tardi, fu interpretata come segno d’un potere soprannaturale.
La struttura del Guan Dao non si è modificata nei secoli. La lama, ricurva, è larga e pesante. La sua punta è acuminata, e, nel gergo delle arti marziali, si chiama “il sovrano”. Grazie alla sua forma ed alla sua robustezza, permette stoccate inarrestabili. Il taglio della lama, definito “la terra”, è affilato quanto quello d’una sciabola, e, grazie al peso dell’arma, può fendere gli oggetti più resistenti. Il dorso seghettato del Guan Dao è chiamato “il cielo”. La sua funzione consiste nel tagliare le ossa dell’avversario. L’uncino serve a trafiggere alcuni punti sul corpo del nemico, ad agganciarne gli arti ed a bloccare lance od altre armi in asta. La placca alla base della lama protegge l’arma dagl’impatti, rendendone più difficile la rottura. L’elsa si chiama “i genitori”, e serve, principalmente, a difendere la mano di chi impugna il GuanDao. La sua forma a coppa è pensata per raccogliere il sangue dell’avversario ferito, impedendo che, colando sull’asta, possa rendere insicura la presa. L’asta, in metallo od in legno duro, è spessa e resistente. Viene chiamata “il maestro”, poiché padroneggiandone il maneggio, si gestisce tutta l’arma. La nappa rossa fissata all’uncino, detta “chuifeng”, cioè “oggetto-colpo di vento”, serve ad attrarre lo sguardo dell’avversario per distrarlo. Il puntale fissato in fondo all’asta, pesante, acuminato e tagliente, viene utilizzato in alcune tecniche di combattimento, e permette di piantare l’arma a terra quando non viene usata.

Nel Ba Gua Zhang si utilizza una versione del Guan Dao chiamata Chun Qiu Dao, cioè “Sciabola Primavera ed Autunno”. La sua unica differenza col modello d’origine sta nella placca alla base della lama, che si presenta piatta od assente, invece che conformata a testa di drago.
La lunghezza dell’arma dovrebbe essere idonea alla taglia ed alle esigenze di chi la maneggia. In linea di massima, se il Guan Dao è tenuto verticalmente, col puntale appoggiato al suolo, il guardamano dovrebbe trovarsi all’altezza delle sopracciglia del praticante.
Tradizionalmente, le tecniche d’attacco e difesa dovrebbero essere trentasei. In realtà, possono essere ricondotte a dodici.
L’uso del Guan Dao implica stabilità posturale e forza. L’impiego dell’arma in combattimento affina la comprensione degli angoli d’attacco e l’attitudine a servirsi d’ogni risorsa offerta dalla lama, dall’asta e dal puntale per sorprendere l’avversario con le tattiche più disparate.
Il Guan Dao s’impugna con la mano destra vicino ai “genitori”. I passi sono eseguiti secondo il metodo del Ba Gua Zhang, ma richiedono una maggiore stabilità. Lo sguardo, quando ci si esercita a vuoto, deve seguire “il cielo”, cioè il dorso seghettato della lama.
La potenza dei colpi viene generata dalla torsione dei fianchi e dalle braccia, che dirigono l’arma lungo precise traiettorie, quasi tutte inclinate a quarantacinque gradi.
Il maneggio del Guan Dao non dev’essere inteso unicamente per combattere alla lunga distanza. L’impugnatura della mano destra, infatti, consente anche lo scontro a corta misura, come se ci si servisse d’una sciabola.
Nel Ba Gua Zhang le tecniche d’attacco del Guan Dao sono, essenzialmente, otto. Esse sono combinate ed esemplificate in “taolu”, o “forme”, da eseguire a vuoto, e si sperimentano in coppia con un compagno variamente armato.
Il Guan Dao, tuttavia, non apparteneva, in origine, all’arsenale della scuola. Il fondatore del metodo, Dong Hai Chuan, era un temibile combattente con la liuye dao, la “sciabola a foglia di salice”, e maneggiava con destrezza lo sheng biao, una corda con un puntale metallico ad una delle sue estremità. E’ probabile che avesse appreso anche la scherma con la spada, e si attribuisce a lui la creazione delle “Yang yuan yue”, le doppie mezzelune gemelle, anche se, più verosimilmente, queste furono inventate da un principe suo allievo. L’uso del Guan Dao e di altre armi venne introdotto dai primi studenti del Maestro Dong, e derivava da quello tramandato presso svariate scuole.
Presso la mia Associazione, si pratica, naturalmente, un sistema di Guan Dao che, per tradizione, si ritiene tipico del Ba Gua Zhang. Tuttavia, confrontandone le tecniche con quelle di altri metodi, ho riscontrato evidenti similitudini. I principi con cui si maneggia il Guan Dao sembrano trarre origine dal sistema militare del Generale Qi Jiguang (XVI° secolo), ed, in effetti, nel suo trattato Ji Xiao Xin Shu si ritrovano già le principali azioni d’attacco e difesa tramandate nelle varie scuole di arti marziali. Per tale ragione, io ed i miei studenti abbiamo sentito l’esigenza di ricostruire, praticare e sperimentare anche il metodo del Generale Qi Jiguang.

La Jiu Jie Bian
La Jiu Jie Bian

La Jiu Jie Bian

La Jiu Jie Bian, o “frusta d’acciaio a nove sezioni”, è un’arma snodata che si compone di nove barrette d’acciaio connesse tra loro da anelli. Ad un capo, terminano con un manico di legno o d’acciaio, mentre all’altro presentano un puntale acuminato.
La lunghezza ideale dell’arma è pari all’altezza di chi la deve utilizzare, misurata dal suolo alla spalla.
La Jiu Jie Bian era facile da occultare, e si rivelava micidiale tanto alla lunga quanto alla corta distanza. Poteva, infatti, essere utilizzata sfruttando tutta la sua estensione, oppure poteva essere accorciata ripiegandola su sé stessa. Messa in rapida rotazione, la Jiu Jie Bian può essere diretta con i polsi, i gomiti, il collo e gli arti inferiori, attorno ai quali viene avviluppata con destrezza. Ciascuna di tali azioni permette di colpire con precisione un particolare bersaglio sul corpo dell’avversario. L’ho compreso da solo, allenandomi a colpire una sagoma umana in gomma. Nel corso di questi esperimenti sono rimasto sorpreso dalla terribile efficienza dei movimenti più strani. Nel maneggio della Jiu Jie Bian non c’è nulla di coreografico! Per esempio, conducendo l’arma dietro il dorso, e facendo saettare il puntale sopra una spalla, si raggiunge con precisione l’occhio dell’avversario.
L’impiego della Jiu Jie Bian risale all’epoca Song (960-1280 d.C.), periodo in cui si diffusero numerosi modelli di arma snodata. La leggenda vuole che il primo a servirsi di tale strumento fosse stato un fuorilegge, che, durante un’evasione, avrebbe neutralizzato i carcerieri con le catene che portava ai polsi.
Per usare con destrezza la Jiu jie Bian non è bfondamentale lo studio d’un qualche “taolu“. Bisogna, invece, imparare a controllare l’arma con le diverse articolazioni, a cambiare la presa, a camminare, a ruotare su sé stessi ed a combinare i diversi attacchi senza smettere di mulinare lo strumento. Si passa, quindi, a colpire dei bersagli fissi e, quindi, quelli in movimento. Si può anche sperimentare il combattimento contro un avversario variamente armato, allenandosi con un compagno. In tal caso, si fa uso di Jiu Jie Bian fasulle e non pericolose, ed è obbligatorio l’uso di opportune protezioni. L’addestramento con la frusta d’acciaio a nove sezioni è faticoso e molto pericoloso. Io stesso mi sono incrinato qualche osso e procurato diverse ferite sperimentando movimenti sconosciuti. Il mio Maestro, Xu Zaixing, dice che, in Cina, i praticanti di arti marziali non amano molto allenarsi con la Jiu Jie Bian. Io, al contrario, prediligo quest’arma.